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Due giorni intensi di lavoro

Due giorni intensi di lavoro con un gruppo di ragazzi e ragazze sul tema della comunicazione.
E, come spesso accade, parlando di comunicazione siamo finiti a parlare della relazione.

Di quanto, in ogni relazione, portiamo con noi la persona che conosciamo meglio — o che crediamo di conoscere meglio: noi stessi.
Ma non sempre ciò che portiamo è ciò che vorremmo.

A volte nella relazione entrano le nostre parti meno funzionali, più rigide, quelle che giudichiamo o ignoriamo.
Eppure sono proprio loro, spesso, a dirigere la danza quando non le vediamo.

Ignorarle non le fa sparire: semplicemente, entrano in azione fuori dalla consapevolezza, agendo sulla relazione a nostra insaputa.

Questo lavoro ha evocato in me l’idea di una amorevole consapevolezza.
Questi sono i miei appunti — senza ambizione di spiegare, solo il desiderio di condividere dei pensieri nati dall’esperienza di un incontro.


L’amorevole consapevolezza

Non è indulgenza, né giustificazione.
È solo un indispensabile primo passo: riconoscere lo stato delle cose, accogliere con sguardo gentile ciò che c’è, prima di decidere cosa farne.

Essere amorevolmente consapevoli significa sospendere il giudizio impietoso e restare in ascolto anche delle parti che non amiamo — quelle che ci sembrano “sbagliate” o socialmente inattese.

Non per tenerle così come sono (alcune andranno trasformate, altre lasciate andare, altre integrate),
ma per iniziare dal punto più vero: la realtà di ciò che siamo, ora.


Una danza, non una battaglia

Ho spesso pensato al processo interiore come a un combattimento.
Ma forse sarebbe più giusto parlarne come di una danza, un movimento che attraversa più stili.

Mi viene in mente — o meglio alle orecchie — Bohemian Rhapsody dei Queen: una canzone in cui convivono momenti lirici, caos, dolcezza, ironia e pathos.
Non un’armonia lineare, ma una ricchezza di passaggi, un viaggio che ci costringe a muoverci, a cambiare ritmo, a convivere con la confusione, a volte spaventosa.

E credo che, in questo processo di disvelamento, il caos e la confusione siano grandi opportunità.
Perché è proprio lì, dove tutto sembra disordinato, che qualcosa può nascere.

Come nella canzone, così accade dentro di noi quando scegliamo di abbracciare la musica, non uno stile.


Un quadro autentico, non perfetto

Il lavoro su di sé non ha un punto d’arrivo.
Non è un’opera finita, ma un cantiere permanente.

Mi torna alla mente la Sagrada Familia, a Barcellona: non è mai finita, ma è sempre meravigliosa — forse proprio per quel suo senso di non finito, di infinito.

Ogni giorno aggiungiamo un dettaglio, correggiamo una linea, cambiamo una prospettiva.
Non stiamo costruendo un capolavoro da esporre, ma un quadro autentico di come stanno le cose.

Essere consapevoli delle proprie ombre non significa celebrarle, ma impedire che ci governino di nascosto.
È così che ci avviciniamo all’autenticità, alla presenza vera nella relazione.


Chi porto all’incontro con l’altro

Noi esistiamo in relazione all’altro.
E allora la domanda diventa: chi porto all’incontro con te?

Non chi penso di essere, non chi vorrei che tu vedessi, e nemmeno chi ti aspetti di vedere —
ma chi sono davvero, in questo momento.

È un mio dovere prendermi cura di questa consapevolezza, perché è la mia parte di responsabilità nella relazione.

Non sarò come tu mi vuoi, ma come so di essere.
E se anche tu farai lo stesso, il nostro incontro sarà autentico.


E forse è proprio questo, alla fine, il senso della relazione:
sostare nella confusione,
abbandonare il controllo
e danzare con ciò che siamo,
in un continuo lavoro — infinito e a volte indefinito —
che ci rende, ogni volta, un po’ più vivi.

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