Quest’estate ho passato dieci giorni a Dahab, in Egitto, facendo due corsi di apnea.
Il primo corso l’ho concluso facilmente: era soprattutto questione di forza e resistenza,
e quando c’è da “spingere” non ho difficoltà.
Il secondo corso, invece, mi ha messo davanti a un ostacolo inaspettato.
Non serviva forza, ma la capacità di lasciarsi andare:
nel momento in cui sentivo l’urgenza di respirare, dovevo rallentare e risparmiare aria —
o meglio, dovevo smettere di produrre CO₂.
Io facevo l’opposto: acceleravo, cercando di “chiudere il task” il prima possibile.
Non sono riuscito a superare questo passaggio.
Eppure è stato un fallimento prezioso.
Mi ha mostrato chiaramente un mio limite:
la fatica ad aspettare, a lasciare spazio, a non voler chiudere subito.
Ho sentito questa lezione nel corpo, e so che non la dimenticherò più.
È una prospettiva di lavoro per i prossimi mesi:
allenarmi a non riempire, a non accelerare, a lasciar emergere.
E mi sono accorto che lo stesso vale nella comunicazione.
- Quante volte parliamo per riempire i silenzi?
- Quante volte non ascoltiamo davvero, invece di dare tempo a ciò che deve emergere in un dialogo autentico?
Un fallimento che diventa un insegnamento.
Bello averlo incontrato sott’acqua.
