Contesto
All’interno di una grande azienda farmaceutica, un team “trasversale” riuniva persone con background molto diversi: medici, economisti, esperti di accesso, comunicazione e policy. Ognuno portava la propria prospettiva, ma mancava un linguaggio comune. Le riunioni erano spesso tecniche, poco generative, e la sensazione diffusa era di non avere una direzione condivisa. Dietro questa difficoltà si nascondeva un bisogno di riconoscimento: capire quale fosse davvero il valore del proprio contributo nel sistema complesso in cui operavano.
Sfida
Come creare un terreno comune in cui le differenze non fossero fonte di frammentazione ma di arricchimento? Come trasformare l’ascolto — spesso dato per scontato — in un dispositivo di apprendimento collettivo?
Approccio
Abbiamo scelto di partire dal racconto delle persone. Ogni membro del team è stato intervistato individualmente in un clima di fiducia e sospensione del giudizio. Le interviste, di circa un’ora ciascuna, hanno permesso di raccogliere narrazioni, emozioni e immagini del lavoro quotidiano.
Dalle parole abbiamo tratto una mappa dialogica che mostrava le convergenze (ciò che univa), le divergenze (ciò che divideva) e le “zone cieche” (temi non nominati ma rilevanti). Durante la restituzione collettiva, il gruppo ha potuto vedersi da fuori e riconoscere per la prima volta la propria complessità come una risorsa.
Impatto
Quel momento di ascolto ha avuto un effetto generativo: ha aperto un linguaggio nuovo. Le differenze, prima percepite come ostacoli, sono diventate punti di vista complementari. È emersa la possibilità di costruire insieme una narrazione più ampia, non imposta dall’alto ma co-costruita dal basso.
“Ascoltare non per confermare, ma per comprendere.”

