Contesto
In un grande evento formativo nazionale, l’azienda voleva far vivere ai propri collaboratori un’esperienza di riflessione sul valore delle domande: come aprono il dialogo, come costruiscono fiducia, come cambiano il modo di pensare. L’obiettivo non era “insegnare tecniche”, ma generare un cambiamento culturale nel modo di entrare in relazione con i medici di medicina generale.
Sfida
Creare un format esperienziale per oltre 200 persone, in un’unica giornata, senza formazione preliminare dei facilitatori. Il rischio era che la dimensione di massa schiacciasse l’esperienza individuale e rendesse il tutto troppo frontale.
Approccio
Abbiamo costruito un dispositivo semplice ma potente: 30 tavoli, ciascuno con un Area Manager nel ruolo di facilitatore “spontaneo”.
Il workshop è stato articolato in tre blocchi:
- Riflessione guidata sulle domande “buone e cattive” a partire da esperienze reali;
- Discussione nei tavoli, con la consegna di produrre in gruppo le “domande che mancano” nel proprio lavoro;
- Restituzione collettiva, in cui le migliori domande venivano condivise su un grande muro visivo, costruendo un atlante collettivo della curiosità.
Durante la giornata, la parola “domanda” è passata da gesto tecnico a gesto relazionale. Le persone hanno riscoperto che chiedere bene significa mettersi in gioco.
Impatto
L’energia che si è sprigionata è stata straordinaria. Gli Area Manager, inizialmente timorosi, si sono scoperti capaci di facilitare conversazioni autentiche. Molti partecipanti hanno definito l’esperienza “una palestra di ascolto”.
L’evento è diventato una storia interna di successo, ripresa anche in altri momenti aziendali come esempio di formazione partecipativa.
“Una buona domanda non apre solo una conversazione, apre possibilità.”

